Interessante retroscena emerso a proposito della Ministra del Turismo, Daniela Santanchè e di un procedimento “fermato” sul nascere.
Dopo aver fatto parlare per una proposta rivoluzionaria che potrebbe cambiare le abitudini di milioni di italiani, ecco che si torna a parlare di Daniela Santanchè e di un vero e proprio “salvataggio” andato in scena alcuni giorni fa. La Ministra del Turismo, infatti, è stata protagonista di un voto in Senato che le ha evitato un procedimento per diffamazione a suo carico.

Daniela Santanchè “salvata” in Senato: la vicenda
Nei giorni scorsi, la Giunta per le immunità del Senato ha deciso di fermare il procedimento per diffamazione nei confronti della ministra Daniela Santanchè. La questione ai danni della Ministra del Turismo era nata in collegamento con il caso Visibilia che l’aveva vista coinvolta. In particolare per alcune parole che la donna aveva espresso verso Giuseppe Zeno, socio di minoranza di Visibilia, nonché autore degli esposti che avevano dato origine all’indagine della Procura di Milano.
Il retroscena sul voto: chi ha salvato la Ministra
La Santanchè è stata “salvata” da tale procedimento grazie ad un voto in Senato. Secondo la Giunta, il fatto che quelle frasi siano state pronunciate in Aula basta a far scattare la tutela costituzionale che protegge le opinioni espresse dai parlamentari nell’esercizio del mandato. Come riportato da Il Tirreno, però, ripreso da Dagospia, a stupire è chi abbia effettivamente permesso il concretizzarsi di tale voto verso la politica.
Infatti, oltre al centrodestra, anche Partito Democratico e Italia Viva si sono espressi a favore dell’insindacabilità, estendendo la maggioranza del voto ad una parte dell’opposizione. Questo ha permesso al Senato di bloccare il procedimento verso la Santanchè e di portare a termine il “salvataggio”.
Ovviamente, non tutta l’opposizione si è trovata favorevole a tale situazione e tra le proteste maggiori c’è stata quella di Ada Lopreiato del M5S che ha sottolineato come la funzione pubblica ricoperta da Santanchè richieda “disciplina e onore”, come previsto dalla Costituzione.